Sedentarietà e scorrete abitudini alimentari in età evolutiva

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Sedentarietà e scorrete abitudini alimentari in età evolutiva

A partire dai 6 anni, da quando incomincia la scuola, il bambino può incorrere nel rischio della sedentarietà: le ore trascorse dietro il banco sommate al tempo necessario per lo svolgimento dei compiti a casa e al tempo trascorso davanti a televisione e computer, possono impigrire il bambino e condizionarne il benessere e l’equilibrio psicofisico presente e del futuro[1], inoltre  queste attività sono spesso legate all’assunzione di alimenti dal basso profilo nutrizionale e dall’alto contenuto calorico (Vader et al, 2009).
In alcuni studi si è osservato che queste attività sedentarie sono associate a un maggior rischio di sovrappeso e obesità (Crespo et al, 2001; Troiano et al, 2001) e a una riduzione del tempo dedicato al gioco all’aperto o allo sport strutturato, considerato un fattore protettivo (Task Force, 2001).
Un nutrito corpus bibliografico ci sta informando su alcune problematiche, relative allo sviluppo infantile, che potrebbero essere fonte di serie conseguenze formative e socio-sanitarie nei prossimi anni, qualora non venissero affrontate.

Sono molteplici le cause che portano a questo tipo di comportamento, ad esempio:

  • La diminuzione di spazi e tempi dedicati all’attività motoria (Dunnet et al, 2000; Greenfield et al, 2000; Herrington et al, 1998; Dahlgren et al, 1998);
  • L’estrema urbanizzazione e la carenza di parchi naturali, sostituiti sempre più spesso da quelli artificiali;
  • La paura dei genitori a lasciare i bambini soli e liberi (Valentine et al, 1997; Gaster, 1991; Francis et al, 1991; Hillman et al, 1990);
  • L’estrema organizzazione della vita infantile che non lascia spazio al gioco e alla libera espressione motoria (Rosenfeld, 2001; Davis, 1999):
  • La minore opportunità di accedere a spazi liberi (Kahn, 2002; Pyle, 2002; Rivkin, 2000), da esplorare liberamente, senza l’adulto (Rosenfeld, 2001; Davis, 1999) o di gestione libera del tempo (come avveniva nel “cortile” per le altre generazioni).

Tutto ciò comporta il rischio di modificare completamente l’orientamento, l’aspettativa e la percezione dei bisogni da parte del bambino e di orientarlo verso una infanzia reclusa, come afferma Spencer (2000).

I rischi di questa situazione sono già ampiamente richiamati in letteratura:

  • Passaggio dalla biofilia (Wilson, 1984; Sebba, 1991; Ulrich,1993; Nelson, 1993; Sobel, 1993; Kellert et al, 1993; Nabhan, 1994; Titman,1994; Kaplan,1995; Bardill,1997) alla biofobia (Wilson, 1997; Higgins, 1996; Tilbury, 1995);
  • Perdita del senso e del corpo nella fase evolutiva infantile (Hartig et al, 2003);
  • Impossibilità ad apprendere attraverso il fare e l’agire (learnig by doing diDewey);
  • Perdita della salute fisica e mentale (Trevelyan et al, 2004);
  • Incremento del sovrappeso e obesità infantile (Eisenmann, 2006; Lopez et al,2006; Przeweda et al,2003; Norman et al, 2003; Hamack, 2000);
  • Manifestazione dei trend involutivi delle capacità motorie (Tomkinson et al, 2003; Dordel, 2000; Filippone et al, 2000; Hamack, 2000).

La sintesi di tutti questi effetti si può riassumere nella perdita del piacere di muoversi, del gusto nel giocare e, infine, nella minor disponibilità verso la pratica sportiva (ISTAT, 2006 ITA; Eisenmann et al, 2004; Westerstahl et al, 2003; Norton, 2001; Pratt et al, 1999).

I bambini sono sottostimati e, di conseguenza, sotto stimolati eppure, proprio le esperienze motorie, nella prima fase dell’infanzia, sono fondamentali per lo sviluppo cognitivo (Best, 2010; Hillman et al, 2009; Pesce et al, 2009; Budde, 2008; Buck et al, 2008; Kramer et al,2006;) e sul rendimento scolastico (Tomporowski,2008; Field et al, 2001).
Questa condizione associata ad una cattiva alimentazione, favorisce l’insorgenza dell’obesità infantile.
La prevalenza di sovrappeso e obesità nei bambini è aumentata progressivamente nelle ultime quattro decadi in Europa, con incrementi più marcati a partire dagli anni ’80, soprattutto nei Paesi dell’Europa sud-occidentale, (Jansen, et al 2005, Lobstein, Frelur. ML, 2003, Lobstein, Millstone. E, 2007), tuttavia in alcuni paesi si è osservata una stabilizzazione del fenomeno (Branca.F et al, 2007; Wang, 2006). L’ Italia risulta essere uno dei Paesi europei in cui il sovrappeso e l’obesità sono aumentati maggiormente nei bambini. Secondo il rapporto della International Obesity Task Force del marzo 2005 (EU Platform on Diet, Physical Activity and Health), l’Italia è ai primi posti per prevalenza di eccesso di peso nelle fasce d’età 7-11 anni e 13-17 anni.

Per monitorare l’evoluzione dell’obesità infantile e valutare gli interventi di promozione della salute avviati, il Ministero della salute ha attivato il sistema di sorveglianza “OKkio alla salute”, coordinata dall’Istituto superiore di sanità/Cnesps, vede il coinvolgimento del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, delle Regioni e Province Autonome e delle Aziende Sanitarie Locali. L’obiettivo della sorveglianza è descrivere nel tempo l’evoluzione dello stato nutrizionale dei bambini delle scuole primarie e le caratteristiche dell’ambiente scolastico, in relazione agli aspetti favorenti la corretta nutrizione e l’attività fisica, allo scopo di suggerire azioni appropriate, basate su prove di efficacia.

I risultati di questa indagine evidenziano la diminuzione di bambini di 8-9 anni in sovrappeso o obesi, permangono, tuttavia, elevati i livelli di eccesso ponderale, in particolare i dati del 2016 mostrano una prevalenza del 21,3% di bambini in sovrappeso e del 9,3% obesi, con prevalenze più alte nelle Regioni del sud e del centro, ponendo l’Italia ai primi posti in Europa per sovrappeso e obesità infantile.

Le abitudini alimentari scorrette come saltare la prima colazione, consumare frequentemente bevande zuccherate e/o gassate, assumere poca frutta e verdura e mangiare spuntini a elevata densità energetica possono essere determinanti alimentari di obesità non solo negli adulti, ma anche in bambini e adolescenti (WHO, 2014; Van Lippevelde et al, 2013). Talvolta tali abitudini sono concomitanti (Lauria et al, 2015) e i genitori non sempre hanno un quadro corretto dello stato ponderale del proprio figlio, dai dati del 2014, come nel passato, emerge che tra le madri di bambini in sovrappeso o obesi, il 38% non ritiene che il proprio figlio sia in eccesso ponderale e solo il 29% pensa che la quantità di cibo da lui assunta sia eccessiva. Inoltre, solo il 41% delle madri di bambini fisicamente poco attivi ritiene che il proprio figlio svolga poca attività motoria (Spinelli et al 2014).

Ai giorni nostri già una buona percentuale di bambini sotto i 6 anni è in sovrappeso, se l’obesità si instaura quando si è ancora bambini, la possibilità di diventare degli adulti obesi risulta triplicata, pertanto questa condizione in età infantile assume particolare rilevanza in termini di sanità pubblica, sia per le implicazioni dirette sulla salute fisica, psicologica e sociale del bambino, sia perché tali condizioni rappresentano un fattore di rischio per l’insorgenza di gravi patologie nell’età adulta quali diabete mellito tipo II, ipertensione arteriosa, malattie cardio- e cerebro-vascolari, dismetabolismi, cancro della mammella e del colon-retto (Branca et al, 2007; Williams, 2005).

Accurate analisi dei costi della patologia e delle sue conseguenze sanitarie hanno indotto l’OMS, e anche il nostro Paese, a definire la prevenzione dell’obesità come un obiettivo di salute pubblica prioritario (WHO, 2000; Italia. Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, 2007).
A tal riguardo una corretta alimentazione e una costante attività fisica (AF) risultano fondamentali nella prevenzione dell’obesità.
In letteratura sono presenti diversi studi che mettono in evidenza la relazione dose-risposta tra AF e la salute (Janssen et al, 2010), ciò è dato dall’effetto protettivo mediato da vari meccanismi sui quali l’attività fisica, se praticata in modo continuo e regolare, agisce in modo diretto: riduzione della massa adiposa e aumento della massa magra; riduzione dei livelli di trigliceridi e aumento della quota di colesterolo che protegge le arterie (colesterolo HDL); aumento della sensibilità dei tessuti all’insulina, riduzione del rischio di sviluppare il diabete; sollecitazione del sistema cardiocircolatorio e respiratorio (Strong 2005).

L’aumento della massa e della forza muscolare ha un particolare effetto protettivo sulla massa ossea, incrementandone il contenuto minerale e la densità in una fase cruciale della vita, quella in cui si verifica proprio il picco di accumulo di massa ossea; ciò consente di giungere all’età adulta con un patrimonio osseo consistente e capace di contrastare gli effetti dell’età sulla comparsa dell’osteoporosi. L’esercizio fisico, inoltre, ha effetti positivi sul controllo dell’emotività, sul tono dell’umore e sul senso di auto-efficacia, prevenendo ansia e depressione.
Recenti studi tendono a dimostrare anche una relazione tra attività fisica e capacità cognitive. In particolare, i benefici si traducono sul profitto scolastico, soprattutto nel campo della matematica e della lettura, con ripercussioni positive sia nelle attività quotidiane del bambino che in quelle future, nella vita adulta (Valerio et al, 2012), pertanto, l’attività fisica regolare durante l’infanzia è associata ad un benessere fisico, mentale, emotivo e sociale AF.

Per queste ragioni, l’organizzazione mondiale della sanità (OMS) raccomanda che i bambini e gli adolescenti dai 5 ai 17 anni devono accumulare almeno 60 minuti al giorno di attività fisica ad una intensità che va da moderata a vigorosa per 5 giorni a settimana, per evitare il rischio di malattie metaboliche e cardiovascolari (World Health Organization).

In conclusione se sei un genitore e hai a cuore la salute di tuo figlio/a non privarli il movimento, muoviti sii d’esempio, motivalo/a, amalo/a e accompagnalo/a verso sani stili di vita.

[1] www.salute.gov.it

Antonio
Personal Trainer